Ipocrisie

02 Ottobre 2019

Michi entrò a casa e si trovò di fronte la solita scena: Giò che bivaccava sul divano con il tablet fra le mani, aveva l’aria innervosita, evidentemente qualche amico con il quale era solito ciondolare, viziato e vizioso come lui, non l’aveva chiamato. Il nervosismo gli si vedeva anche di spalle. Sentendo i tacchi di lei, Giò, si girò di scatto con sorriso beffardo:“Ti sei fatta un happy hour con le amichette? Non mi hai comprato le mie patatine…”

Michi sapeva che era preferibile tirare dritto in camera e non rispondere. Lui la seguì incalzandola: “Matta, che non rispondi?” “Matta” era il soprannome che Giò le aveva “galantemente” appioppato quando litigavano, da vero “gentiluomo” considerava le donne oltre che puttane, matte. La sintesi perfetta del pensiero del cosiddetto misogino, in altre parole gay represso: “sono quelli che non ammettendo la propria inclinazione sessuale, nemmeno a sé medesimi, odiano le donne e i gay come me!” Diceva sempre Al. In quell’attimo le parole del suo amico le sfrecciarono nella mente, cominciava a prenderle in considerazione.Prima rideva a quelle affermazioni, adesso cominciava a capirne il senso.

Michi riuscì a fare in tempo a chiudersi nella prima stanza che le capitò a tiro, precisamente quella del figlio che aveva avuto con Giò. Il bambino non era in casa, era dalla nonna. Michi era raggiante fosse maschio, il cognome seguitava a tramandarsi e poté dargli come primo nome quello di un importante antenato di Giò. Quel figlio le fece ottenere la legittimità di persona altolocata, quel famoso salto di qualità che pagava a caro prezzo: sia economico che psicologico. Lo sposò, benché le avvisaglie del suo caratteraccio erano evidenti da subito. Lui non lo nascondeva,d’altronde non la prendeva sul serio: la sentiva sottomessa per via del suo cognome altisonante.

Lui aveva accettato il doppio laccio (matrimonio più figlio) in quanto lei era una donna ricca e conosciuta. Fu stuzzicato anche dal fatto di farsi un giro sui giornali di gossip, in cui Michi spesso appariva: era amica di tanti personaggi famosi che frequentavano i suoi lussuosi centri di bellezza. Così, ragionava lui, avrebbe attirato un po’ di attenzione sui suoi  locali appena aperti. Aperti anche grazie alla generosità di Michi, che voleva impegnarlo in qualche modo, facendolo sembrare autonomo economicamente.  Lei era sicura che lui l’amasse, ma forse aveva avuto il vago dubbio che quel contributo potesse renderlo felice e potesse dare una mano ad “amarla” con più intensità.

A Giò dei soldi di famiglia gli erano, in passato, girati. Provenivano dalle rendita di alcuni immobili antichi. Quando la situazione economica cominciò a vacillare fu obbligato a farsi parare il culo da Michi. Lui non aveva mai avuto intenzione di sposarsi, perciò gli fu molto faticoso accettare quella situazione. Lei lo viziava, lui la provocava, come quella sera, con frasi sconnesse, lamentele e capricci. Michi rispondeva chiudendosi in cameretta e facendo finta di non sentire né Giò né la sua anima che le diceva chiaro e tondo “in che cazzo di casino ti sei cacciata solo per poterti sentire ‘nobile’?”

All’inizio della relazione lei cercava di ragionarci a suon di regali o fughe al supermercato per comprargli quello che preferiva. Lui mangiava a raffica varie schifezze per noia, ansia e per cercare di non avventarsi su altre tipo di “schifezze”. Ma non sempre ci riusciva… Con il tempo Michi imparò ad ignorarlo, quando non ne poteva più si faceva sentire urlando come una “matta” . Le sfuriate di Giò erano in gran parte scaturite dalla sua insoddisfazione: non poteva più comportarsi da ragazzo senza impegni né uscire con gli amici ad ubriacarsi in qualche locale. Adesso il locale era diventato la casa di Michi, non era proprio il suo concetto di locale divertente. Michi era il suo bersaglio, da alticcio le urlava tutta la sua rabbia incolpandola di averlo tirato per capelli in quella relazione: lui giovane trentenne nobile e rampante, rinchiuso nella gabbia del matrimonio. Michi lo guardava offesa con occhi smarriti di chi non capisce il perché di quelle parole. Ma Giò reggeva bene l’alcol: era sufficientemente sobrio da non dipanarle i “dubbi”. Non poteva permettersi di farsela scappare: lui aveva il nome, lei i soldi. La verità rimaneva intrappolata nell’ipocrisia.

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