Recensione alla mia maniera: una novella di Cechov sulla ‘follia’
19 Gennaio 2026
Nella novella Il Reparto di Cechov si parla di ciò che comunemente chiamiamo ‘pazzia’. Che altro non è che la sensibilità portata al limite e trova riparo in atteggiamenti considerati irregolari, bizzarri o sopra le righe. La novella è una mirabile sintesi di compassione e amara ironia in cui si descrive il rapporto fra un paziente acuto e il suo psichiatra intrappolato nella grigia routine del reparto. Le relazioni con i ‘pazzi’ ormai diventati fredda burocrazia scevra di umanità. Invece, il rapporto che nasce fra i due personaggi, si trasforma in un inusuale dialogo fecondo che sfiora l’amicizia, sentimento non rintracciabile nemmeno al di fuori del recinto del reparto psichiatrico figuriamoci dentro. Ciò suscita sbigottimento nello psichiatra che sente, a mano a mano che approfondisce la conoscenza del ‘folle’, la necessità di quegli incontri e confronti.
È proprio lo psichiatra che comprende, grazie al paziente, la cosidetta follia. La follia nulla ha a che vedere con gli atti criminali di persone a cui è sfuggita di mano la propria cattiveria o falsita.
Va anche detto che molte azioni legali sono spesso dannose e lesive quanto alcuni atti illeciti. L’innocenza, solitamente insita nella ‘pazzia’, e la semplice capacità di sentire in una società insensibile sembra un crimine o qualcosa da arginare in un manicomio. Quindi la sensibilità, che per me è l’intelligenza dell’anima e profondita di interpretazione, è messa sotto processo e rinchiusa.
Molti dialoghi filosofici nella novella confermano ciò che ho sempre pensato: la filosofia insegna a capire l’umanità e può dare una mano a difendere la sensibilità per non farla cadere nella ‘follia’ e non sentire la necessità di rifuggiarsi in essa. Ciò è fondamentale per non esporsi al ludibrio delle persone ‘regolari’ e per schivare chi manipola e prova ad approfittarsi della situazione. Montaigne, a tal proposito, diceva che “rinchiudevano i ‘pazzi’ per far sentire ‘regolare’ e conforme chi rimaneva fuori”. Filosofia è infatti indipendenza, arriva per prevenire e difenderci dal mondo iniquo. Per smettere di nutrire chi ci impoverisce e levare potere a chi ci inganna. Per non far gridare ma cantare e parlare la propria sensibilità.
La follia, si capisce attraverso, la novella è semplicemente l’anima che grida, è la sensibilità ferita, messa in un angolo che scappa come può dall’insensatezza di una società insensibile.
Per lo più attraverso azioni e pensieri autolesivi.
Lo psichiatra comprende che il matto non è il paziente, ma il mondo, la società, scopre che la verità è un’altra:
che avevano incarcerato il paziente per troppa sensibilità, avevano legato la sua capacità di sentire, di interpretare, capire la verità e la sua limpidezza.
Comprende che la sensibilità reagise perché non regge all’inganno, alle offese, menzogne e si ripercuote sull’anima che comincia a urlare il disagio in svariate maniere perché non accetta l’iniquità di una società senza compassione, comprensione e verità. È una difesa, per quanto lesiva, di un’anima umiliata, offesa dalla freddezza e disattenzione. Una reazione alla ferita inflitta alla ‘folle sensibilità’ che provocata, vessata tormentata e torturata, va a nascondersi.
“Sono i pazzi” che descrive Cechov con verità, compassione, realta, mitezza e sensibilità. Senza indugiare in dettagli crudi nè sensazionalismi per sorprendere.
Non serve essere dettagliati, spietati, indelicati quando si parla di temi così commoventi.
Un punto fondamentale della novella è il brano in cui Cechov sottolinea quanto sia importante, da un lato la comprensione del mondo e dall’altro il rifiuto della vanità considerata inutile.
Ad un certo punto, lo psichiatra dà ragione al paziente sul fatto che se lui, il pazzo, stia dentro e gli altri no, è un un caso, che non ha nulla di logico. E che in fondo lo psichiatra non è in grado di distinguere fra lui, ‘matto’, e gli altri considerati non matti. Perchè non c’è poi tanta differenza. Lo psichiatra annuisce e dice che è sempre un caso se lui è diventato psichiatra e l’altro è il ‘matto’.
La domanda che rimane sospesa è: chi è il matto vero e chi sono i matti veri?