L’isola (seconda parte)

01 Marzo 2020

Una sensazione speciale…

Tornando alle ragazze trentenni nel bungalow.

“Che ne dici di un bagno, al tramonto, prima di mangiare? L’acqua sarà bollente.” Disse Anne alzandosi.

Etta: “Andiamo certo.” Afferrò il libro che che aveva comprato prima di partire, era un riflesso condizionato, sapeva che non l’avrebbe aperto prima del giorno dopo, ma ne era tanto avvinta che lo portò con sé. Senza pensarci.

L’euforia da primo giorno non le aveva fatte smettere di ridere,curiosare, eccitarsi, meravigliarsi di ogni dettaglio di quell’isola allegra. Scelta anche per voglia di allontanarsi, più che per bellezza vera e propria. Di quella ne avevano tanta nella loro nazione sgangherata. Cercavano il non conoscere, lo scoprire, il cambiare, ignorare le beghe di un altro luogo, il non far parte di una società con i suoi difetti. In qualsiasi luogo, di vacanza o meno, della loro nazione, li conoscevano a mena dito.

Non conoscevano le “usanze” del luogo, cioè come le persone si facevano lo sgambetto a vicenda, né sapevano da cosa erano tormentati gli isolani. Cercavano semplicemente cosa divertiva quel popolo e di mescolarsi unicamente alla parte luminosa che offriva l’isola.

Nessuna traccia di nuvola, vera o metaforica, all’orizzonte. Il cielo era colmo dei primi accenni del calar del giorno. La sabbia accaldata, come loro, le spinse velocemente a tuffarsi nel mare. Erano entrambe nell’assetto mentale di ragazzine al primo viaggio con le amiche. In effetti erano anni che non si erano potute permettere nulla più di di una passeggiata sul litorale della loro città a fissare persone sempre uguali. “ Siamo diventati un popolo così noioso? A guadarci oggi sembrerebbe, a sbirciare il passato non si direbbe…” Cianciava Anne mentre consumava insieme ad Etta la loro panchina preferita dopo che la gabbia del lavoro veniva aperta. Sempre in compagnia dei loro mitici panini pomodoro ed erbette. Si conoscevano sin dalla scuola, Anne era bruna con dei folti capelli corti, formosa, Etta capelli lisci castano dorato, occhi sul chiaro e longilinea. Entrambe erano accomunate da un bel fondo schiena Italiano.

Prima di immergersi, Etta, lanciò il suo libro su uno dei lettini da spiaggia, ma cadde nella sabbia.

Dopo il bagno, si accomodarono sulla battigia, su cui Anne faceva disegni osceni: dettagli anatomici che avrebbe gradito trovare negli uomini del luogo…

Etta: “smettila che ti mettono dentro per atti osceni…”

Anne: “è arte!”

Etta con il piede eliminò i disegni scabrosi dell’amica.

Anne abbassò le palpebre, aveva il viso rivolto verso il sole che batteva in ritirata e luccicava sull’acqua. “ mi faccio baciare dal tramonto…”

Era difficile capire il significato esatto delle parole di Anne, ma era un’immagine evocativa, romantica. Etta imitò l’amica. Si percepiva parte del mondo, si fece cullare da esso, un mondo che sembrava volerle bene. Forse voleva dire quello farsi baciare dal tramonto.

Qualche uccello attraversava il cielo, sembrava sospeso, tutto procedeva a passo lento. Un leggero brusio di suoni naturali mischiato a voci umane spensierate addolciva l’atmosfera incantevole, il tempo si percepiva appena. Qui, il tempo, era un’opinione.

Andarono verso l’ombrellone per prendere gli asciugamani. “ Ho dimenticato il mio libro.” disse Etta. Notarono un giovane uomo a fianco ai loro lettini sfogliare il libro. Incerte si guardarono. Anne: “ti ha fregato il libro.. se è sufficiente per-”

Etta: “mica sono tutti gigolò qui!”

Anne: “Se il mio occhio non mi inganno, lo spingerei io a diventarlo! Dici che lo convinco?”

Etta alzò le braccia esasperata, ma era divertita, sapeva che l’amica esagerava. Certo ad entrambe gli uomini piacevano parecchio e scarseggiavano pesantemente, almeno dalle loro parti. Ma era altrettanto vero che volevano un uomo capace di valorizzarle e non limitarsi ad usarle. Per quanto Anne giocava alla disillusa, era un’illusa esattamente quanto Etta.

Etta: “insomma che facciamo?”

Anne: “Nulla, andiamo lì, sorridiamo e vediamo, non possiamo levarglielo dalle mani.” Si avviarono, dopo poco lo guardarono allontanarsi verso un viottolo.

“Chissà a cosa porta?”pensò Etta.

Era un piccolo sentiero che portava alle prime case del paese, proseguendo si arrivava al centro abitato: agglomerati di palazzine basse e bianche, qualche casetta di legno colorata con portico. I vicoli erano polverosi, fioriti, semplici e piacevoli pieni di bancarelle disordinate, profumate ammassate ai lati della via principale. I prodotti artigianali, specialmente bigiotteria e abbigliamento, attendevano il passaggio eccitato, smanioso di fare razzia, delle amiche.

A mano amano che si usciva dalla cittadina, i dintorni erano punteggiati da hotel più o meno di lusso e locali tipici. Verso l’interno dell’isola erano confusamente sparse le case dei quartieri meno ricchi che “guardavano” il passaggio del turismo volgare, con la smania di divertirsi, grazie a qualche bicchiere di troppo, del turismo alternativo- ecologico, del turismo indifferente e pigro di chi viaggia per dire “ho fatte le vacanza a..” Un su e giù accolto calorosamente dagli abitanti. Isolani che riservavano uno sguardo lievemente ironico a certi atteggiamenti ridicoli di chi pensa di far parte del mondo all’avanguardia e si percepisce più “civile”.

Bici e piedi i mezzi più usati da tutti, isolano e non, per muoversi.

La natura che circondava gli umani e i fabbricati era la benvenuta, si insinuava fra i quartieri rendendo più o meno difficoltosi collegamenti.

Oziose zattere, o poco più, portavano a pesca gli abitanti. Si univano spesso vacanzieri curiosi che pensavano di integrarsi con gli usi del luogo .

Anne ed Etta erano della categoria del turismo “casuale” : seguivano l’improvvisazione, le sensazioni, quello che la giornata, il tempo, suggeriva loro.

Facevano amicizia facilmente, facevano quello che avrebbero fatto se avessero abitato lì senza l’atteggiamento di chi prova ad avvicinarsi con fare falsamente democratico, come allo zoo. Capita ad alcune persone quando incontrano popoli che considerano arretrati perché hanno un rapporto intimo con la natura. Ma non sono affatto arretrati, hanno semplicemente, consapevolmente o meno, capito tutto: quanto siano prive di significato le giornate, faticosamente messe insieme, dalle persone nell’emisfero moderno,eccitato e su di giri, che provano a dargli un senso con la tecnologia annebbiante. Chi è più fragile e, nel caos, cade in ginocchio e si aspetta una mano per potersi rialzare, le trova tutte occupate per via dei telefoni e compagnia. Quando si chatta è certamente difficile allungarne una verso chi ne ha bisogno. Legami economici, di convenienza sono la cola invisibile che tiene insieme i cocci umani nelle società “progredite”, aggiungerei impazzite. Le persone sono in movimento perpetuo alla ricerca di qualcosa che gli allievi le insoddisfazioni: si gettano su aggeggi tecnologici utili ad arricchire economicamente pochi ed impoverire umanamente tanti.

Ma torniamo all’avventura delle giovani donne sempre in cerca di una parola di conforto nel chiasso delle chiacchiere cittadine che avevano lasciato lontano, lontanissimo. Quel brusio lamentoso, a tratti si faceva sentire nelle loro menti non ancora disintossicate. Erano pensieri tipo : “a casa appena torno mi tocca fare…, quella collega mi ha detto…” D’altronde era il primo giorno, a mano a mano sarebbero scemati, sfumati, interrotti dalla violenza appagante dei suoni naturali.

Anne si passò le dita fra i capelli corti, erano ancora un po’ bagnati: “lo gigolò intellettuale…ha un bel culo.”

“Magari non ti avvicinare agli uomini con un simile atteggiamento altrimenti ti mettono dentro perché li incoraggi a vendersi…”disse Etta che era impegnata a spremere i lunghi capelli castani chiari, diventati scuri perché bagnati. Le goccioline fredde sul corpo ancora bianco, come il bikini, le provocarono un fremito. Anne era già colorita, il rosso del suo bikini cominciava a spiccare.

Etta: “andiamo a cambiarci…ho una fame.”

Anne mise top blu e pantaloni bianchi alla caviglia con un paio di sandali. Etta un abito lungo a righe bianche e turchesi, capelli raccolti in una coda alta.

… … …

Si trovavano, in fondo, sotto il medesimo cielo del medesimo pianeta, benché in un punto molto lontano, che erano solite bazzicare, ma non sembrava. Erano in una bolla che le proteggeva, o forse era scoppiata la bolla cittadina e per la prima volta assaporavano l’ossigeno. Nulla fra loro e la vita si intrometteva ad incasinarle. Ne erano immerse. Sensazione inusuale. Guardandosi attorno furono assalite dal pensiero del rientro. Anne intercettò un velo di ansia negli occhi dell’amica: “non è l’attimo di pensarci…siamo appena arrivate.” Etta oltremodo meravigliata, sgranò gli occhi: “come hai fatto a capire…”

Anne: “pensavamo alla medesima cosa, evidentemente le reciproche preoccupazioni si sono riconosciute e hanno parlato attraverso gli occhi…poi ti conosco.”

A quel punto della conversazione, un giovane uomo trentenne, trovò un varco fra le loro chiacchiere e si avvicinò discretamente per darle il benvenuto.

Entrambe percepirono qualcosa di piacevole a fianco a loro tavolo, si girarono. Tentennarono un secondo. Etta abbassò gli occhi trattenendo un sorriso: il viso di Anne parlava troppo.

segue…

la prima parte

L’isola

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